La SEO per Google non è mai stata generosa. Ma almeno era un contratto: tu ottimizzi, Google ti manda traffico. Quel contratto è rotto, e il settore continua a rispettarlo come se non lo fosse.
Thomas Claburn su The Register lo documenta con precisione: Google ha trasformato la ricerca da strumento che distribuisce traffico verso il web a piattaforma che trattiene tutto per sé, alimentando AI Mode con i contenuti del web aperto senza restituire proporzionalmente i visitatori che quei contenuti hanno generato.
Il traffico che Google AI Mode non restituisce
I numeri non sono opinabili. Secondo una ricerca Ahrefs di febbraio 2026 condotta su 300.000 keyword, le AI Overviews di Google correlano con un calo del 58% nel click-through rate per le pagine in prima posizione, rispetto al 34,5% documentato solo otto mesi prima. La velocità della caduta è la parte che fa più impressione: non è un declino graduale, è un’accelerazione.
AI Mode fa di peggio. Seer Interactive ha analizzato 25 milioni di impression e ha trovato che il 93% delle query in AI Mode si chiude senza nessun clic verso siti esterni. Uno su cento di chi legge una risposta AI clicca sulla fonte. Lo ha confermato anche il Pew Research Center a luglio 2025: quando appare un’AI Overview, solo l'1% degli utenti clicca i link alle fonti all’interno della risposta.
Per contestualizzare: Google AI Mode ha superato il miliardo di utenti mensili, con query che raddoppiano ogni trimestre. Il traffico che non arriva più non è rumore statistico: è il modello di business di migliaia di publisher che si svuota.
La citazione come meccanismo di legittimazione
Google ha risposto alle accuse di cannibalizzazione introducendo le inline citations (numeri linkati nelle risposte AI, source chips visibili) e presentandoli come un sistema di attribuzione. L’argomentazione implicita: le fonti vengono riconosciute, il contratto morale è rispettato.
Non regge.
Una citazione senza clic non è un’attribuzione: è brand awareness gratuita per Google e visibilità senza valore per il publisher. Il lettore vede il nome della fonte, potenzialmente ci costruisce fiducia nell’informazione, ma non ci arriva mai. Il publisher non ottiene traffico. Non ottiene dati. Non ottiene conversioni. Ottiene un link che appare in una risposta che il 99% degli utenti non seguirà.
I dati di ALM Corp su 1,3 milioni di citazioni in AI Mode mostrano qualcosa di ancora più eloquente: Google.com appare nel 17,42% di tutte le citazioni AI Mode a febbraio 2026, triplicando la propria quota da giugno 2025 in poi. Incluso YouTube, le proprietà Google coprono circa il 20% di tutte le citation. Il sistema cita se stesso più di qualunque publisher indipendente.
Le inline citations non sono un meccanismo di attribuzione. Sono un meccanismo di legittimazione: rendono accettabile pubblicamente il fatto che Google usi il web come corpus senza redistribuire il traffico generato da quel corpus. Il termine “attribuzione” ha subito una mutazione semantica silenziosa, e nessuno ha ancora formalizzato che cosa significhi realmente “referral” in questo contesto.
Cosa cambia per chi costruisce sul web
Per chi sviluppa strumenti di content distribution, analytics o sistemi editoriali, le implicazioni sono concrete.
Le metriche che usiamo per misurare la distribuzione di contenuti sono costruite su un modello che non esiste più. “Click organici”, “sessioni da search”, “referral da Google”: queste cifre misurano ancora qualcosa, ma misurano molto meno. Un brand che viene citato dieci volte al giorno in AI Mode con zero clic non appare in nessun dashboard di analytics come “traffico da Google”. Esiste nella risposta AI, ma è invisibile nelle metriche che usiamo per valutare le decisioni editoriali.
Chi costruisce dashboard analytics deve ragionare su nuove colonne: impression in AI Mode, citation frequency, brand mention rate nelle risposte AI. Non sono metriche facili da misurare, perché Google non espone questi dati in Search Console con la stessa granularità dei clic tradizionali. Il mercato degli strumenti GEO (Generative Engine Optimization) sta nascendo proprio per colmare questo vuoto, ma è ancora frammentato e, per larga parte, non verificabile.
La questione SEO tecnica si complica di conseguenza. Come ho scritto parlando del modello di billing AI come meccanismo predatorio, il mercato tende a costruire dipendenze strutturali verso chi controlla l’infrastruttura. La SEO per Google è diventata la forma più evidente di questa dipendenza: ottimizziamo per un canale che ha già smesso di ricompensarci proporzionalmente, perché la visibilità alternativa è ancora meno garantita.
Il take di TechMonk
Il problema descritto da Claburn è reale e documentato. Ma il pezzo manca di una domanda che vale la pena fare ad alta voce: perché il settore continua a investire nella SEO tradizionale con la stessa logica di cinque anni fa?
La risposta onesta è che non c’è un’alternativa facilmente adottabile. I canali alternativi alla distribuzione Google (newsletter, social, referral diretti, community) esistono ma richiedono investimenti in audience building che la maggior parte dei publisher non ha mai fatto, perché finché Google portava traffico gratuito, non sembrava necessario. Ora che quel traffico è quasi scomparso, costruire un’audience propria richiede anni, non trimestri.
Questo è il punto che l’articolo di The Register non sviluppa: la cannibalizzazione di Google rivela qualcosa di più profondo di un atto predatorio: è la resa dei conti con una dipendenza che il settore ha scelto deliberatamente per due decenni. Nessuno ha costretto i publisher a costruire tutto il proprio modello di business su un referral gratuito controllato da un’unica piattaforma commerciale. Ma tutti l’hanno fatto, perché era il percorso di minima resistenza.
La SEO nel 2026 non è più una leva di crescita. È una strategia difensiva a rendimento decrescente: si ottimizza per Google non per crescere, ma per perdere terreno meno velocemente degli altri. I team che investono in SEO tecnica oggi lo fanno per mantenere una visibilità residua in un sistema che ha già deciso di tenere il traffico per sé.
Il cambio di semantica nelle citation è la parte più sottile. “Attribuzione” nel contesto delle AI citations significa che il tuo nome appare. Significa che Google può dire di averti citato. Significa che il contenuto che hai prodotto ha un riferimento visibile. Non significa che riceverai visitatori, non significa che il tuo investimento editoriale si tradurrà in traffico misurabile. Le metriche di analytics standard non catturano questo tipo di presenza, e i publisher che misurano il successo in session da organic search hanno già perso la guerra prima di accorgersene.
Chi sviluppa per il web aperto nel 2026 deve fare i conti con una realtà specifica: Google è ancora l’infrastruttura di distribuzione dominante, ma non è più un partner nell’economia dei contenuti. È un cliente che usa il tuo lavoro senza pagarti, che ti offre visibilità in cambio di traffico, e che ha ridefinito “visibilità” in modo da non includere le visite al tuo sito.
Conclusione
La domanda che rimane aperta non è se Google stia cannibalizzando il web: lo è, e i dati non lasciano spazio al dibattito. La domanda è quanto tempo ci vorrà prima che il settore smetta di ottimizzare per un canale che lo sta sostituendo con un concorrente interno, e cominci a costruire l’alternativa che avrebbe dovuto costruire dieci anni fa.
O, più precisamente: chi sarà ancora in piedi quando quel momento arriverà.